I gioielli dei Romanov, Stefano Papi racconta lo splendore della corte imperiale

I gioielli dei Romanov, Stefano Papi racconta lo splendore della corte imperiale

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Nella rappresentazione del potere monarchico i gioielli sono un’asserzione di potere e ricchezza, quindi di prestigio. Ma costituiscono anche un tesoro, una specie di fondo di garanzia, sul quale far conto nei momenti di crisi. Quanti re hanno impressionato gli ambasciatori stranieri facendo sfoggio di tutti i gioielli di famiglia, quante sovrane hanno venduto il loro scrigno per armare gli eserciti o sopravvivere in esilio? I Romanov in particolare, più di ogni altra dinastia, hanno fatto delle pietre preziose uno dei simboli del fasto della loro corte e Stefano Papi, gemmologo e grande conoscitori di gioielli reali, ce ne racconta la storia favolosa e anche drammatica in uno splendido libro I gioielli dei Romanov – La famiglia e la corte uscito di recente nella versione italiana (per i tipi di Skira) dopo il grande successo dell’edizione in inglese.

In quasi 350 pagine Papi analizza praticamente pezzi straordinari a partire dai documenti iconografici e ne ricostruisce la storia e il percorso. L’indagine, che prende in esame oggetti appartenuti a tutti i numerosi membri della dinastia, con una particolare attenzione a quelle che all’epoca erano stata delle vere e proprie collezioniste cioè la zarina Maria Feodorovna e la granduchessa Wladimir, è una affascinante caccia al tesoro fra le foto e i ritratti di corte di un patrimonio artistico e storico perduto per sempre e dei gusti e dello stile di un periodo.

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Grande appassionato di storia russa, Papi studia da molti anni le collezioni imperiali e ha un vasto archivio personale di foto e documenti che gli ha permesso di ricostruire molti passaggi e storie fino ad oggi perdute. “I gioielli della corona imperiale di Russia – scrive l’autore nell’introduzione – costituivano uno fra i più favolosi tesori appartenenti alle monarchie europee. Ripercorrendo la storia dell’ultimo zar Nicola II, della sua famiglia e della corte significa rivivere un’epoca di straordinario sfarzo e potere. La cultura russa ha sempre attribuito grande importanza ai gioielli. Il kokošnik, per esempio, il copricapo tradizionale a forma di aureola, era puntualmente decorato con fitti ricami, pietre e sfere colorate. L’usanza trova eco nei gioielli imperiali e soprattutto in una serie di diademi che, riprendendone la foggia, sfavillano delle pietre più preziose del Tesoro di Russia”.  

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Per un paio di secoli i discendenti di Pietro il Grande si sono coperti di oro, diamanti, zaffiri, rubini e perle d’ogni forma, misura, peso, ma questo splendore non è rimasto entro i confini della Santa Madre Russia, con il tempo, man mano che le granduchesse acquistano peso e interesse sul mercato matrimoniale europee, tutte le case reali incamerano gioielli di meravigliosa bellezza realizzati ex novo per la sposa di turno. Nel corso dell’Ottocento inoltre le collezioni dei Romanov acquistano interesse anche dal punto di vista artistico quando i più grandi gioiellieri del tempo vengono incaricati di realizzare opere uniche. Primo fra tutti Carl Fabergé con le sue raffinate creazioni per lo zar e la sua famiglia.

Con la rivoluzione i preziosi custoditi dai diversi membri della famiglia prendono due strade diverse: una parte, recuperata nei palazzi abbandonati in fretta e furia nel 1917, viene requisita dal governo sovietico e molti pezzi, usciti fortunosamente dalla Russia in modo anche rocambolesco, servono al mantenimento delle loro proprietarie e nel contempo permettono ad alcune accorte compratrici (vedi la regina Mary, consorte di Giorgio V) di fare ottimi affari. Discorso a parte per i gioielli della zarina Alessandra che insieme alle quattro figlie riesce a cucire nei corsetti i suoi preziosi più belli e di maggior valore. Previdente Alessandra Feodorovna pensa al futuro e a quando lasceranno la Russia probabilmente senza denaro ed altri mezzi di sussistenza. I bustini rinforzarti con oro, diamanti, perle e pietre preziose di ogni genere, vengono indossati dalle cinque donne durante tutti i loro spostamenti da una prigione all’altra, ma non serviranno alla loro salvezza, anzi saranno quasi uno strumento di tortura. La notte del 18 luglio 1918 nello scantinato di casa Ipatev a Ekaterimburg i corpetti “corazzati” delle granduchesse Olga, Tatiana, Maria e Anastasia fanno rimbalzare le pallottole del plotone di esecuzione e le ragazze sono finite da colpi di baionetta. Solo quando i corpi saranno svestiti per essere fatti sparire i carnefici si renderanno conto che i busti contengono un tesoro.

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Quasi tutti i gioielli sequestrati dai funzionari dei Soviet, considerati simbolo del vergognoso sfarzo zarista, sono smontati, le pietre vendute separatamente e le montature fuse, senza tenere conto alcuno del valore storico e artistico. Nel 1927 Christie’s vende 140 pezzi della collezione imperiale divenuta proprietà dello Stato e, fatto eccezionale, il governo sovietico si premura di catalogare e fotografare molti degli esemplari che Papi nel suo libro riproduce in grande formato affiancandole a quelle – spesso inedite – del periodo in cui sono stati indossati dalle zarine e dalle granduchesse. In questa vasta ricerca, che lo ha impegnato per anni, Stefano Papi ha dipanato i misteri dei gioielli imperiali di Russia, identificato pezzi di provenienza quasi sconosciuta o del tutto ignota, ha ricostruito la storia affascinante di questi preziosi oggetti e delle persone che li hanno indossati. Oltre ad analizzare il mutare degli stili, l’autore ci accompagna attraverso un’epoca aurea per poi seguire i superstiti della Rivoluzione, e i loro oggetti, presso le corti europee e a Parigi, dove trovano rifugio numerosi espatriati. È il racconto appassionante di un’epoca in cui il gioiello contribuì a elevare un’élite a un grado di esistenza quasi divina, rendendone tanto più drammatica la fine. 

Conclusa la parte ufficiale e seria  della recensione, che dirvi di più? E’ un libro straordinario – se amate i gioielli, se la vostra passione sono i modellini ferroviari lasciate stare  – a me è arrivato venerdì scorso e ho passato il week end immersa fra le sue pagine. Ho ritrovato gruppi di famiglia, personaggi noti e meno conosciuti, gioielli di cui avevo solo sentito parlare e finalmente la ricostruzione dettagliata di molti passaggi e spesso la collocazione odierna di alcuni pezzi celebri. Insomma da non perdere se vi volete fare un bel regalo in vista del Natale. Un libro da sfogliare, da ammirare (è corredato da immagini molto belle e molto grandi) ma anche da leggere con attenzione per scoprire finalmente tutti i segreti dei gioielli degli zar e forse anche capire qualcosa di più di un mondo assurdamente sfarzoso in un paese immerso nella miseria più nera. 

Poi visto che si avvicina il Natale e che questo è stato un anno denso di emozioni ho deciso di fare un regalo ai lettori di questo blog… è una piccola sopresa, ma per scoprirla dovete andare sulla FOTO DEL GIORNO che rimarrà invariata fino a domenica 15 dicembre. 

Uno dei gioielli del libro di Papi è lo zaffiro enorme finito in Romania, la sua storia la trovate qua http://www.altezzareale.com/2012/01/22/gioielli-reali2/lo-zaffiro-della-regina-di-romani/

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139 Commenti

  1. laura ha detto:

    Non ha una diretta connessione se non per la il diadema con le perle sospese che era uno dei preferiti di Maria Feodorovna.
    Ecco un servizio sulla prossima vendita all’asta dei gioielli di Imelda Marcos.

    http://orderofsplendor.blogspot.it/2016/02/tiara-thursday-cartier-tiara-of-imelda.html

    Oltre il ben noto diadema per poire che fu anche della duchessa di Malbourgh protagonista del servizio è una splendida tiara probabilmente di Cartier che ricorda tanto quella di Elisabetta del Belgio poi venduta

  2. Dora ha detto:

    so che non c’entra molto ma guardate questo ritrovamento danese!!!
    http://www.repubblica.it/esteri/2016/03/18/foto/danimarca_il_crocifisso_trovato_per_caso_che_potrebbe_cambiare_la_storia-135758284/1/?ref=fbpr#2
    splendido pezzo direi oltretutto abbastanza insolito.

    crocifissi con queste tecniche ce ne sono di diversi tipi ma la soluzione iconica mi pare piuttosto rara.
    mi spiego: la lavorazione è tipica dell’arte barbara, queste tecniche, in particolare ricordano più l’arte longobarda che quella “insulare” (UK, irlanda, norvegia, svezia, danimarca ecc). manca il “nastro” tipico di quell’arte e vi è rappresentata una figura umana, cosa normale in un crocifisso ma strana per l’arte nordica, solitamente priva di tradizioni di iconografiche umane.

    inoltre sia l’uso della filigrana che quello della granulazione richiama più l’arte longobarda. le “borchie” che contraddistinguono gli occhi e che si trovano anche ai lati della croce invece sembrano essere più insulari.

  3. elettra/cristina palliola ha detto:

    @Dora ..che dire? è un’opera stupenda, almeno per i miei occhi! raro trovare la croce con il crocefisso, di quell’epoca…è un pezzo che è ancora modernissimo e potrebbe fare da modello a manifatture future, se non fosse tanto dispendioso fare un lavoro del genere a buon mercato…vi rendete conto cosa vuol dire ricavare tutte quelle sferette in oro con la tecnica della granulazione, di dimensione diversa e saldarle una per una ad una base? e non sono piene di fascino le gambe e le braccia a sbalzo e incisione con brunitura dell’oro?

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