Nessuno è perfetto

1808

Nessuno è perfetto, neanche il grande Federico da Montefeltro. l’umanista appassionato dei classici, il mecenate, il miglior condottiero della sua epoca, il politico accorto, il signore generoso e benevolo con le sue genti, l’uomo ovunque ammirato e rispettato che i contemporanei definiscono la “luce d’Italia”. Federico, che dal suo splendido Palazzo ducale di Urbino domina il Rinascimento, deve la signoria a una morte improvvisa, quella del fratellastro Oddantonio. E forse il futuro duca non è del tutto estraneo alla prematura dipartita del giovane signore di Urbino. La successione a Guidantonio da Montefeltro si svolge senza particolari problemi e soprattutto nella «sacralità delle leggi». Il conte di Urbino – padre di entrambi – aveva lascia un testamento molto preciso: Oddantonio, il figlio maschio tanto atteso, nato dal suo secondo matrimonio con Caterina Colonna, è l’erede universale di tutte le sue «possessioni e case e terre e cose». Poi nel caso non ci fossero più discendenti maschi e legittimi, lo Stato sarebbe andato a Federico «mio figliolo legittimato naturalmente». Le femmine ovviamente sono fuori gioco, ma anche Federico in effetti è in una posizione strana perché forse non è un rampollo illegittimo di Guidantonio, ma un suo nipote, figlia della figlia (illegittima) Aura. Però al momento la cosa è relativamente importante perché il governo della città e del vasto territorio toccano, senza ombra di dubbio, a Oddantonio. Inoltre per evitare controversie, Guidantonio, sentendosi prossimo alla fine, si dà da fare perché il passaggio di potere, cioè la carica di vicario apostolico (il territorio di Urbino non è una proprierà personale dei Montefeltro, ma fa parte dello Stato delle Chiesa) sia riconosciuta senza discussioni e incertezze. Il 17 febbraio 1443 papa Eugenio IV firma la bolla che riconosce i diritti di Oddantonio e il giorno dopo Guidantonio può morire tranquillo. Fra l’altro, per completare l’opera, pochi mesi dopo il Pontefice conferisce al sedicenne vicario il titolo di duca. Una decisione rapida, ma ci sono buoni motivi: Eugenio IV sta rientrando a Roma dopo l’esilio fiorentino e ha bisogno di alleati. I Montefeltro sono potenti e stimati e il fratellastro del nuovo signore (Federico, appunto) comanda un potente esercito. Il 26 aprile nel duomo di Siene Oddantonio viene solennemente investito della sua carica. Adesso non ci sono proprio più dubbi, il vicario di Cristo in terra ha affidato Urbino ad un nuovo signore, legittimandolo sotto tutti i punti di vista. E nell’inquieta Italia quattrocentesca questo aspetto ha il suo peso: il diritto riconosciuto a un territorio, a una città, sono centrali e necessari per evitare dispute e sanguinosi contrasti. Rientrato a Urbino il giovane duca viene accolto con feste, banchetti e a luglio chiede in sposa Isotta, sorella di Leonello d’Este marchese di Ferrara. Non ha idea dell’aspetto della sua promessa, però la famiglia è una delle più prestigiose e il legame assolutamente strategico. Per un anno Oddantonio governa, però le notizie sulla sua azione amministrativa sono scarse, di sicuro aumenta le tasse, ma quello che è peggio si avvicina pericolosamente ai Malatesta signori di Rimini, vicini scomodi e nemici giurati dei Montefeltro. Tutto qui, fino alla notte fra il 22 e il 23 luglio 1444 quando una dozzina d’uomini armati entra nella residenza ducale e con una trave sfonda la porta degli appartamenti di Oddantonio. Manfredo Pio, uno dei consiglieri del duca, riesce appena a impugnare la spada ed è subito trucidato. Dopo di lui tocca a un altro degli uomini vicini al signore di Urbino, Tommaso di Guido dell’Agnello che si nasconde sotto a un letto, viene trascinato fuori e pugnalato. Oddantonio svegliato dalle grida cerca di nascondersi, chiede pietà, ma gli assassini lo finiscono con due pugnalate e un colpo d’ascia sulla testa. A ulteriore spregio i cadaveri sono gettati dalla finestra e una volta in strada la gente si accanisce. Enea Silvio Piccolomini nei suoi “Commentarii” racconta che qualcuno si prende la briga di tagliare il membro di Oddantonio e di infilarglielo fra i denti. Se è vero si tratta di un gesto simbolico. Gira la voce che il duca sia un dissoluto e che, in compagnia di consiglieri altrettanto depravati (appunto i due uomini che sono stati “giustiziati” insieme a lui), va in giro a stuprare fanciulle e donne sposate. Fra i congiurati infatti c’è anche il medico Serafino de’ Serafini la cui giovane moglie sarebbe stata violentata da Manfredo Pio.

Piccolomini aggiunge un dettaglio, l’omicidio sarebbe avvenuto durante un tumulto cittadino scoppiato perché Oddantonio non ha ereditato l’umanità dei suoi precedessori. Insomma, gli urbinati avvezzi al buongoverno dei Montefeltro si ritrovano ad avere in casa un ragazzo debole e dal carattere instabile, dominato da personaggi «cativi e scelerati». L’unica possibilità quindi è farlo fuori e chiamare al suo posto il “fratellastro” Federico che al momento si trova a Pesaro e appena avuta notizia degli accadimenti si precipita a Urbino. Cioè a dire il vero lui la mattina del 23 è già sotto alle mura della città ducale e c’è subito chi osserva che i 35 chilometri di strada in parte su un territorio montuoso sono stati percorsi con una certa rapidità. Forse il giovane Montefeltro “irregolare” era già da quelle parti, pronto ad approfittare della situazione. La questione comunque si risolve in fretta: i “dissidenti” presentano al condottiero un documento con una serie di richieste (tutela delle libertà comunali, annullamento dei provvedimenti presi da Oddantonio fra cui l’aumento delle tasse, perdono ai congiurati) e Federico si affretta a firmare. Anche questo avvicendamento si svolge in fretta e senza particolari traumi se non fosse che in giro ci sono ancora tre cadaveri.

L’ombra di questi morti aleggerà per sempre intorno al grande Federico anche perché numerosi sono i motivi che fanno pensare ad una sua connivenza. I contemporanei per esempio ne sono quasi convinti: Piccolomini, futuro papa Pio ii, non nasconde che senza l’appoggio di Federico i congiurati probabilmente non avrebbero osato agire e Alfonso duca di Calabria definirà con rabbia il magnifico signore di Urbino un «secondo Caino». Ma, come fa notare lo storico Bernd Roeck «il fatto più eclatante è che Federico otterrà il titolo ducale solo il 21 agosto 1474, trent’anni dopo l’assassinio e guarda caso per il diritto romani è proprio quello il termine per la prescrizione delle accuse».

Inoltre, uno degli uomini coinvolto nel complotto e nell’assassinio è Pierantonio de’Paltroni, cancelliere di Oddantonio ma in seguito uomo di fiducia e addirittura biografo di Federico, definito il salvatore della Patria dopo la morte del fratellastro. Ma è davvero possibile che il coltissimo e saggio Federico, l’intellettuale che si è formato alla scuola di Vittorino da Feltre, si sia potuto macchiare di un omicidio tanto efferato? Di certo il futuro mecenate e grande amico di Piero della Francesca (al quale dobbiamo il ritratto più emozionante e realistico del signore di Urbino) è un uomo del suo tempo. Nel bene e nel male. Federico è un guerriero, un politico, uno stratega e in certi casi ha dimostrato di non avere scrupoli. Come condottiero sarà molto spesso spietato, come tanti altri all’epoca e forse essere soltanto un comandante militare senza alcun potere effettivo sulle terre della famiglia gli pesa. Il malgoverno di Oddantonio probabilmente è un ottimo pretesto per agire; all’epoca Federico dei fatti ha ventidue anni ed è nel pieno del vigore fisico e intellettuale, inoltre, cosa non da poco, ha al suo servizio un esercito di fedelissimi. Urbino è sua e lo sarà per quasi quaranta anni. Diventerà uno dei centri riconosciuti del Rinascimento italiano e lui, il duca, «primo dei grandi uomini in cui si ritrovano tutte le virtù, come uomo universale, erudito, architetto, uno di stato e condottiero». Almeno così lo giudica il libraio fiorentino Vespasiano di Bisticci nel suo “Le vite”.

E anche se forse non ha fatto uccidere il fratellastro, di sicuro il grande Federico è uno dei uno dei mandanti dell’omicidio di Giuliano e Lorenzo de’ Medici. Il coinvolgimento, a lungo sospettato, ma mai provato, del duca di Urbino nella congiura dei Pazzi è una certezza da quando lo storico Marcello Simonetta, discendente di Cicco Simonetta cancelliere degli Sforza di Milano, ha decifrato, proprio grazie a una sorta di manuale redatto dall’antenato, una lettera criptata inviata proprio da Federico due mesi prima del fatto di sangue. La congiura, presentata fino ad oggi come un “affare di famiglia” promosso dai Pazzi avversari dei Medici è, in effetti, ben altro. Dietro a questa sanguinaria saga familiare si nasconde un vero e proprio intrigo internazionale, sul cui sfondo ci sono, più o meno nascosti, tutti i grandi personaggi dell’epoca: papa Sisto iv (Francesco Della Rovere) e suo nipote Girolamo Riario, il re di Napoli Ferrante d’Aragona, la Repubblica di Siena e il duca di Urbino appunto. Federico, condottiero e feudatario della Chiesa, aspira a ingrandire le sue terre e nella lettera scoperta da Simonetta nell’archivio della famiglia Ubaldini di Urbino scrive ai suoi interlocutori romani (dietro ai quali si cela il potentissimo papa Della Rovere) di essere disposto, una volta fatti fuori i Medici, a marciare con le proprie truppe su Firenze per conquistare la città. Un uomo del genere avrebbe esitato a far massacrare il fratellastro?

Forse no e forse proprio per questo sulla sua stirpe di Federico si abbatte uno strano e crudele destino: la peste stronca in giovane età il figlio illegittimo Buonconte, l’amatissima seconda moglie Battista Sforza muore pochi mesi dopo avergli dato l’unico maschio dopo una serie di femmine, lasciandolo nella più totale disperazione, il figlio Guidubaldo, duca a soli dieci anni dopo la morte del padre nel 1482, perderà Urbino entrata conquistata da Cesare Borgia, ma quello che è peggio, misteriosamente impotente non riuscirà a dare un erede alla dinastia. Per fortuna Federico ha intessuto una accorta politica matrimoniale e ha sposato una delle figlie Giovanna a Giovanni Della Rovere, nipote di papa Sisto iv e fratello di papa Giulio II il quale acconsente a un passaggio del vicariato a un nipote Francesco Maria Della Rovere, prontamente adottato dallo zio Guidubaldo. Valoroso condottiero, marito della bella e intelligente Eleonora Gonzaga, Francesco Maria è po’ chiacchierato per alcune controverse scelte militari e finisce avvelenato. Un secolo dopo, nel 1631, a causa di una serie di matrimoni infelici e soprattutto sterili, i Montefeltro-Della Rovere si estinguono nella linea maschile e il territorio di Urbino torna alle dirette dipendenze della Chiesa.

dittico

Ecco il celebre dittico dei duchi di Urbino (che poi all’epoca Battista era probabilmente già morta, per questo la sua aria spettrale e quindi non fu mai duchessa, ma solo contessa di Urbino) nel lato dei ritratti. Il capolavoro di Piero della Francesca è oggi agli Uffizi di Firenze.

su http://castellireali.blogspot.com  La reggia del condottiero umanista

su http://ricettereali.blogspot.com La cucina alla corte dei Montefeltro

Condividi su:Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Pin on Pinterest0Share on LinkedIn0Share on Tumblr0Share on StumbleUpon0Email this to someone

34 Commenti

  1. marina ha detto:

    ci voleva un po’ di storia, no?!?! ma giuro che prestissimo scrivo anche un post riassuntivo sulle cerimonie nei Paesi Bassi 🙂

  2. Dora ha detto:

    wow…

  3. Fiordicactus ha detto:

    Che storia affascinante . . . pensare che quel ritratto mi ha “incantato” fin da quando, alle medie, l’ho visto agli Uffizzi . . . pensare che da 35 anni vivo a un paio d’ore da Urbino (e una delle nipoti ci frequenta l’Università) e io non ci sono mai stata . . . pensare che, spero, quest’estate ci voglio andare! 🙂
    Grazie! Fior

  4. Alex ha detto:

    Interessantissimo!

  5. elettra ha detto:

    Evidentemente il ritratto del duca (e della sua consorte) riescono ad attirare l’attenzione dei bambini, perchè anch’io sono rimasta a bocca aperta la prima volta che l’ho visto, ma non incantata ,come ha scritto @Fiordicactus, ma più che altro, meravigliata che due persone così brutte potessero aver suscitato la voglia, in un pittore, di ritrarle…allora non conoscevo nè il duca di Urbino e consorte ,e neppure Piero della Francesca…quei visi inespressivi, senza emozioni, che sono tipici dell’autore ,che sembrano aspettare un evento, che tarda a compiersi, mi hanno comunicato un senso di inquietudine…con il tempo, poi, sono venuta a conoscenza dell’identità dei personaggi ritratti e anche dell’autore dell’opera, che però continuano a comunicarmi solo un senso di essenziale, così come il castello in cui vissero,dello stesso colore della terra, senza abbellimenti marmorei o fronzoli, ma quasi un’inespugnabile fortezza, dove neppure le due snelle torri riescono a vincere il minaccioso e prepotente, incombere sul borgo…sebbene all’interno del castello ci sia il famoso studiolo del duca, che è un capolavoro di tarsie lignee, armadi nascosti, mensole e scansie, anch’esso, nonostante tutti gli oggetti rappresentati e la bellezza delle prospettive e della tridimensionalità,mi comunica un senso dell’essenzialità di un luogo dove si va per meditare e concentrarsi, non per dilettarsi
    Diversamente dai loro contemporanei, i duchi Federico e Battista Sforza ebbero un matrimonio felice e con le molte figlie contrassero matrimoni politici di grande importanza strategica….tra i loro generi figurano i Della Rovere, i Sanseverino,i Malatesta, i Gonzaga e i Colonna…..l’unico maschio, Guidobaldo, come abbiamo visto non ebbe figli dalla moglie Elisabetta Gonzaga, che abbiamo già conosciuto in un post precedente,non mi ricordo se dedicato proprio a lei, ma comunque sappiamo che fu l’accompagnatrice di Lucrezia Borgia a Ferrara, quando questa andò sposa a Francesco II Gonzaga.
    Lei, Battista Sforza era una donna sensibile e colta e lui, tanto si fidava di lei, che durante le sue assenze le affidava addirittura il governo della città…sembra che sia stata molto amata e rispettata…. era religiosissima ed era pure terziaria francescana…lasciò detto che voleva essere sepolta nella fossa comune delle suore di un convento di Urbino, con il saio monacale….non si sa se la sua volontà fu rispettata, però il luogo della sua sepoltura è ignoto, quindi è probabile che le sue ossa, siano mischiate alle altre centinaia delle religiose

  6. arabafelice ha detto:

    Ho letto d’un fiato.
    Grazie come sempre!

  7. marina ha detto:

    ps secondo alcuni studiosi, fra cui Roeck che ci ha scritto su un libro, la famosa e misteriosa Flagellazione di Piero della Francesca parlerebbe proprio dell’omicidio di Oddantonio. questa tesi mi convince poco o nulla. ce n’è un’altra secondo me molto più affascinante, ne ho parlato nel 101 sulle Marche. qui sarebbe un po’ OT 😉

  8. Matteo ha detto:

    Molto interessante!!

  9. Ale ha detto:

    interessantissimo! non conoscevo la storia di questa congiura, forse perché il rinascimento non è molto il mio campo, gli preferisco altre epoche. anch’io ho visto i ritratti di sua moglie e suo agli uffizi, e ovviamente li ho pure studiati in storia dell’arte, per fortuna avevo un’ottima insegnante che faceva amare la materia e poi era una materia che mi intrigava già di mio. comunque mi sembra di ricordare che pare che federico sia stato ritratto di profilo perché sull’altro lato della faccia era sfregiato, o qualcosa di simile.

  10. elettra ha detto:

    @Marina..io infatti devo confessare che sono rimasta molto stupita quando ho letto a quante interpretazioni si presta questa opera e quante persone ci hanno studiato sopra…interpretazioni dinastiche, ma anche matematiche storiche, teologiche…so che PdF, quando fa una cosa non la fa a caso,e tutto ha una spiegazione e un perchè, però a me, almeno qui, ripeto, non mi comunica nessuna emozione….sarà questa scenografia strana, dove nessuno partecipa all’evento sanguinoso, che si sta svolgendo, compreso il Cristo stesso che ne è la vittima…non so…sicuramente sto dicendo una enorme bestialità, ma forse sono proprio in completo accordo, con chi dice, che sia quasi una prova d’autore, in cui lo stesso ha sperimentato e dato sfogo al suo virtuosismo….molto molto lontano dalla forza emozionale della Madonna del parto…almeno per me…

  11. Martina P. ha detto:

    Bella questa storia e molto interessante, non conoscevo molto la storia di Federico e non sapevo dei sospetti sulla morte del fratello, ma non ne rimango stupita, in quegli anni erano frequenti questi intrighi famigliari. Ultima riflessione: certo che i Papi sono sempre stati in mezzo a qualche casino…

  12. Laura ha detto:

    @ Marina, interessante personaggio Federico da Montefeltro : io poi adoro il dittico trionfale con tutto quel suo carico di simbolismo il paesaggio minuziosamente descritto e mi piace moltissimo anche il recto con i carri di Federico e Batttista. Ho letto tempo fa il libro di Silvia Ronchey che vede nella flagellazione rappresentato il momento immediatamente anteriore alla presa di Casotantinopoli e tutto vorrebbe alludere al tentativo delle corti dell’Italia centrale di salvare come potevano la civilta’ bizantina.

  13. marina ha detto:

    @ Laura si ho letto anche io il libro della Ronchey, più volte perché necessità di ritorni e approfondimenti, ma la teoria più affascinante è un’altra, quella del capo della Polizia scientifica di Ancona, ora vice questore di Pesato.

  14. elettra ha detto:

    @Marina …io oggi ho riletto ciò che hai scritto nel tuo libro sulle Marche e devo dire che il pezzo è un po’ lungo da ricopiare, anche perchè non se ne possono tralasciare dei passaggi, per farne un riassunto, per @TUTTI
    E’ sicuramente una teoria molto affascinante e mi chiedevo se tu, hai ancora in memoria nel tuo PC, quel pezzo, perchè invece sarebbe carino poterne commentare, facendo un copia- incolla su questo post stesso
    ..io sono andata anche a rivedere il quadro, dopo aver riletto il tuo pezzo e certamente incuriosisce, la sovrapposizione dei due personaggi il Cristo e Ficino e così tutto il contorno, con tutta la simbologia tipica di PdF

  15. Laura ha detto:

    @ E cosa dice il capo della Scientifica ? Devo comprare il libro sulle Marche che (vergogna !) non ho mai visitato privilegiando colpevolmente, come tanti altri italiani, l’estero ad un approfondimento delle regioni italiane

  16. marina ha detto:

    @ elettra certo che ho il testo e certo che posso incollarlo qui sotto. lo cerco e lo faccio.
    un attimo di pazienza. io la trovo una teoria affascinante.
    @ laura eccolo qua sotto
    NB è il testo in word non ancora revisionato, quindi chiudete gli occhi sugli errori.

  17. marina ha detto:

    Nel 2008 Silio Bozzi, vice questore aggiunto della Polizia di Stato, incontra per caso Duccio Alessandri, grafico, maestro di yoga, appassionato di dottrine esoteriche. I due finiscono con il parlare di un quadro tanto celebre quanto indecifrabile e Alessandri confessa al poliziotto di avere un’idea fissa, da tempo. Da quando cioè ha visto un ritratto del filosofo Marsilio Ficino. Certi particolari lo hanno portato a pensare che il ragazzo biondo della Flagellazione di Piero della Francesca potrebbe essere Ficino da giovane e che quel dipinto non rappresenta il martirio di Cristo, ma tutt’altro. Intuizioni, congetture, però niente di concreto. Bozzi, esperto in criminalistica e tecniche investigative, all’epoca capo della Polizia scientifica di Marche e Abruzzo, è incuriosito solo come può esserlo un poliziotto di fronte ad un enigma. Conosce bene quell’opera, ha una laurea in giurisprudenza, ma viene da severi studi classici e capisce che forse la chiave del mistero è legata proprio alla figura di Ficino. Con il suo staff alla Questura di Ancona Bozzi avvia una serie di “comparazioni antropometriche” su quel volto che nonostante le opinioni degli storici dell’arte “non è per niente angelicato, anzi ha caratteristiche forti e precise” come gli occhi color miele (un caso su diecimila) e inclinati verso il basso, il lieve gibbo osseo sul naso, i lati esterni della bocca all’ingiù. Ma c’è anche dell’altro, Silio Bozzi scova una descrizione di Ficino, fatta nel 1506 da Giovanni Corsi suo biografo ufficiale, e anche questo “identikit” corrisponde in pieno al ragazzo della Flagellazione: grandezza sproporzionata delle mani, gonfiore delle caviglie, sguardo triste. Un medico della Polizia analizza il quadro clinico e conferma che tutti questi elementi sono tipici di un ipotiroideo con poco testosterone; infatti, sempre Corsi, attribuisce al filosofo una totale mancanza di libido. L’ultimo emozionante passaggio è l’applicazione al volto dipinto da Piero dell’“age progression”, la stessa tecnica usata per la cattura di Bernardo Provenzano, che conferma i sospetti: il biondino vestito con una tunica rossa se invecchiato di una ventina di anni, assomiglia in modo impressionante al filosofo fiorentino. Ma cosa ci fa un giovanissimo Marsilio Ficino scalzo e anche un po’ sbalordito in mezzo a due uomini adulti debitamente e riccamente vestiti? E soprattutto cosa rappresenta davvero la scena in secondo piano? La storia raccontata per immagini da Piero della Francesca, è un po’ complicata, ma solo per chi si ferma alle prime superficiali impressioni e inizia molto, molto lontano, precisamente a Costantinopoli, l’antica Bisanzio. La città, capitale dell’Impero romano d’Oriente ridotto ormai ad fazzoletto di terra di qua e di là dal Bosforo, è il fantasma di se stessa e ha perso il suo peso politico, ma resta pur sempre la culla della cultura classica e se dovesse finire in mano turca (come poi effettivamente accadrà nel 1453) c’è il rischio reale di veder cancellato un mondo di idee. La civiltà bizantina ormai morente ha però ancora due campioni, Giorgio Gemisto Pletone, fondatore di una scuola platonica a Mistrà (Sparta) e sostenitore della comune derivazione delle grandi religioni monoteiste dalla “prisca theologia” (religione solare primigenia risalente al persiano Zoroastro e tramandata attraverso Orfeo, Pitagora e Platone) e il suo discepolo il monaco ortodosso Basilio Bessarione, metropolita di Nicea. Entrambi sono convinti che il platonismo, la “docta religio” sia il solo futuro possibile per l’umanità e che le religioni imperanti monoteiste, causa di guerre e scontri, siano un danno per la civilità e quindi destinate a scomparire. Nel 1439 Gemisto Pletone, in Italia per il concilio di Ferrara-Firenze convocato con l’obiettivo (fallito) di unire la chiesa d’Occidente con quella d’Oriente ed eventualmente anche bandire una crociata contro i turchi, incontra Cosimo de’ Medici. Il signore di Firenze rimane affascinato dal personaggio e dalle sue idee e decide di favorire la nascita di un luogo ideale di comunicazione e scambio fra pensiero antico e moderno, dove possano trovare una conciliazione cristianesimo e islamismo sulla base del comune retroterra platonico. L’operazione, benedetta dal cardinale umanista Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II, diventa ancora più urgente quando, nel 1452, muore Gemisto Pletone mentre i turchi si avvicinano pericolosamente a Costantinopoli. Bessarione consapevole che il suo mondo sta finendo capisce che l’unica salvezza possibile è il travaso in occidente della cultura bizantina e farà il possibile per soccorrere i dotti bizantini sfuggiti alla cattura degli Ottomani e salvare libri e manoscritti. Il prelato si trasforma in uno dei principali responsabili della sopravvivenza del sapere derivato dal mondo antico, ma c’è bisogno di qualcuno che raccolga il testimone e ne diventi il custode e il prosecutore. Cosimo de’ Medici ha per le mani la persona giusta. E’ un diciannovenne, figlio del suo medico personale, ha già dato ampiamente prova di avere doti intellettuali eccezionali, si chiama Marsilio Ficino e quella che Piero dipinge nella tavoletta conservata ad Urbino è la sua iniziazione alla “setta platonica”. Accanto a lui ci sono a sinistra il cardinale Bessarione e a destra, vestito di blu e oro, il mercante aretino Giovanni Bacci, committente di questo e di altri dipinti dell’artista di San Sepolcro. “I riferimenti ad un rituale iniziatico ‘proto-massonico – osserva Silio Bozzi – sono disseminati in tutto il quadro: la posizione del braccio sinistro di Ficino e le due porte, una aperta e una chiusa, sullo sfondo, rimandano a Ecate e Giano, le due divinità che presiedono all’iniziazione dei giovani; la striscia di stoffa rossa appesa alla spalla di Bacci, un altro adepto, è la benda che, legata agli occhi del neofita, ne simboleggia la morte iniziatica; i capelli evidentemente bagnati indicano la purificazione rituale; il suo sguardo esprime l’estasi dell’epopteia, la contemplazione”. Ci sono poi la pianta di alloro sullo sfondo che incorona simbolicamente il ragazzo la cui insolita postura riconduce ancora una volta ad Ecate, divinità dei supremi passaggi. “In sostanza – chiarisce Bozzi – Ficino è il passepartout per svelare altri simboli. Il nuovo iniziato è assimilato al Cristo, l’unto per eccellenza, e infatti piedi e gomito del giovane sono perfettamente sovrapponibili a quelli di Gesù sullo sfondo, mentre l’idolo d’oro sulla colonna è Apollo Elios, emblema di Costantinipoli ed ha bastone e sfera come Pitagora, e nel cerchio sotto Cristo c’è la ‘monade’ origine dei numeri per i pitagorici”. Inoltre il cuore geometrico e strutturale del dipinto è la stella ad otto punte, simbolo della “prisca theologia” ed emblema dello stesso Ficino. L’analisi effettuata dalla Polizia scientifica di Ancona dimostra inoltre, senza ombra di dubbio, che la tavola – oggi leggermente “imbarcata” – è un rettangolo in cui il rapporto tra base e altezza è uguale alla radice quadrata di due, numero irrazionale scoperto dai pitagorici. Nel dipinto (che secondo Bozzi risalirebbe al 1452) vengono consacrate ed esaltate la figura di Gemisto Pletone e il suo grande progetto, il rinnovamento della religione cristiana con il contributo dell’insegnamento di Platone e degli antichi maestri, attraverso Bessarione e Ficino. Il passato caratterizzato dalle intolleranze religiose dei monoteismi cristiano e islamico è ormai in secondo piano, sul davanti della scena ci sono il nuovo presente, pagano, politeista e tollerante, la religione universale dei dotti. In una parola il sogno dell’umanesimo. Nel 1459 Marsilio Ficino fonderà l’Accademia Platonica, il sapere degli antichi diventerà la ragione della sua vita e cambierà per sempre la cultura del mondo occidentale. Tutto questo è raccontato in un quadretto lungo poco più di 81 centimetri ed alto poco meno di 59, che solo gli iniziati possono comprendere fino in fondo e un giorno
    del 1975 ha rischiato di sparire per sempre.

  18. elettra ha detto:

    @Marina , grazie
    e ora via ai commenti che ascolterò in religioso silenzio..tra noi ci sono autorevoli “iniziati”!

  19. Chloe ha detto:

    Premetto che ho notato un florilegio di commenti nella giornata di oggi e non sono riuscita ancora a leggerli tutti…forse domani avrò un po’ più di tempo e potrò commentare un po’ di più.
    @marina – Interessantissimo il post su Federico da Montefeltro! Ogni tanto ci vuole eccome un po’ di storia…soprattutto se si parla delle nostre Signorie, Ducati & co. Anch’io non sapevo delle teorie legate al coinvolgimento di Federico nella Congiura dei Pazzi…ma il Rinascimento è anche questo…ci si guadagnava da vivere con la spada e la violenza.
    Domani leggerò attentamente il testo che hai inserito stasera.
    @ale – A proposito dei ritratti di profilo, fu colpito al viso e sfregiato al punto da perdere l’occhio destro. Ecco come andarono i fatti, secondo la versione più accreditata.
    Nella primavera del 1450 (altri dicono gennaio 1451), Federico organizza un torneo in onore di Francesco Sforza, da poco duca di Milano (ed è sicuro che divenne duca di Milano a fine marzo 1450, quindi ritengo sia probabile come data del torneo la primavera del 1450). Anche il Signore partecipa al torneo, come d’usanza, e sceglie come avversario un tale Guidangelo de’ Ranieri, noto per le sue ottime prestazioni nelle giostre.
    Nella prima cavalcata non ci furono danni. Nel secondo combattimento, però, Federico viene ferito dalla lancia dell’avversario, che attraversa la visiera dell’elmo tra le sopracciglia. E’ costretto a letto per un lungo periodo e perde l’occhio destro. Si dice poi che il duca, dopo l’incidente, si sia sottoposto ad un’operazione chirurgica per tagliare la sezione più alta del proprio naso, perché gli restringeva il campo visivo dell’occhio sano, in modo da non avere limiti di campo visivo. La forma del naso nel ritratto infatti è piuttosto innaturale.
    Il profilo comunque ha il sapore del prestigio delle immagini numismatiche.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza cookie tecnici di funzionalità (per la corretta navigazione) e di terze parti per migliorare la tua navigazione. Accetti i cookie sia cliccando sul pulsante a lato che continuando la navigazione del sito. Clicca per la Cookie Policy.

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi