Una bella marchigiana alla conquista di Vittorio Emanuele II

Una bella marchigiana alla conquista di Vittorio Emanuele II

Della battaglia di Castelfidardo sono pieni tutti i libri ma la storia della bella marchigiana alla conquista di Vittorio Emanuele II è una vera novità emersa grazie alle ricerche di alcuni studiosi locali. Che il “Re Galantuomo” fosse un grand viveur è cosa nota. A differenza di suo padre, l’ascetico ed introverso Carlo Alberto, Vittorio Emanuele II ama divertirsi, mangiare bene e soprattutto adora le belle donne, molte delle quali sono ovviamente felicissime di cadere fra le sue braccia. Costretto ad un matrimonio dettato dalla ragion di Stato, dalle convenzione e dalla necessità di conservare puro il sangue reale, il futuro primo re d’Italia è un habitué delle scappatelle che la paziente e pia arciduchessa Maria Adelaide d’Asburgo-Toscana sopporta con cristiana rassegnazione. Niente di insolito dunque che, di passaggio nelle Marche per portare a compimento l’Unità nazionale, il Savoia si sia concesso, fra incontri ufficiali e visite di cortesia, anche un piccolo ma intenso diversivo amoroso. La passione di Vittorio Emanuele II per una bella giovane marchigiana è rimasta nascosta nelle pieghe della storia, ma non deve essere stato solo un fuoco di paglia poiché sembra che la fanciulla sia poi arrivata a Torino. La vicenda, nel paesino dove Artemisia P. viveva con la famiglia, è ovviamente sulla bocca di tutti, ed i contemporanei la raccontano con dovizia di particolari, però questo amore del Re rimane in secondo piano e c’è voluto uno storico anconetano, il professor Gilberto Piccinini per riportarlo finalmente alla luce.

Piccinini, che è docente ad Urbino e presidente della Deputazione di Storia Patria per le Marche, ha ritrovato le tracce di questa liaison e narrato la vicenda durante un convegno organizzato a Portonovo, il 3 ottobre scorso, dall’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dall’Istituto nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheonm dall’associazione culturale Adolfo e Lauro De’Bosis e dall’accademia di Oplologia e Militaria.

Dopo il soggiorno ad Ancona e le visite a Macerata e Loreto, Vittorio Emanuele II, in quell’ottobre del 1860, si ferma anche a Grottammare, tappa del suo cammino verso l’Abruzzo alla volta di quel meridione che il generale Garibaldi sta conquistando per l’Italia.

Nella cittadina Vittorio Emanuele II resta un paio di giorni, il tempo di sbrigare pratiche civili e militari e per ricevere i maggiorenti del luogo. Il sovrano concede anche alcune udienze ed è in una di queste occasioni che al futuro re d’Italia si presenta il cancelliere P. il quale porta al Sovrano una “istanza”, cioè in pratica è lì per chiedere un favore. Il P., che è un impiegato governativo, ha la buona idea di portare con sé la figlia Artemisia e infatti già durante quel primo colloquio la fanciulla colpisce il Re che si intrattiene con lei, solo a sola, un’oretta buona. La sera dopo, alle tre di notte, una carrozza di corte si presenta davanti alla casa della famiglia P. per condurre Artemisia alla residenza del Sovrano e questa volta l’incontro dura un paio d’ore. In quella occasione il Re firma “il rescritto nell’istanza che gli era stata presentata” e fa di più, raccomanda il commissario Valerio di accontentare P. nelle sue richieste.

Pettegolezzi di paese? Non sembra proprio, poiché lo stesso P., ottenuto quanto desiderava, racconta a più persone ed in pubblico la storia dell’incontro con Vittorio Emanuele II. La vicenda però non finisce qui, il Cancelliere P. e la figlia seguono il Re fino a Giulianova e tornano indietro con un “buono”, firmato dallo stesso Sovrano, di ben mille lire.

Nonostante i buoni uffici del Re e l’impegno di Artemisia, la situazione del Cancelliere non migliora e anzi qualche settimana dopo egli viene trasferito a Montalto, un paesino dell’interno, così per nulla soddisfatto della piega presa dagli eventi, il P. decide di andare di nuovo a far visita a Vittorio Emanuele II. Naturalmente insieme alla figlia. I due arrivano a Napoli e da quel momento di P. si perdono le tracce. A Grottammare si narra che egli sia stato nominato giudice in un tribunale partenopeo, sta di fatto tempo alcuni mesi tutta la famiglia si trasferisce al sud, ma intanto da Napoli a moglie e figli rimasti nelle Marche P. aveva spedito denaro in abbondanza. Davvero strano, commentano i concittadini, visto che fino ad allora, il Cancelliere “era sempre disperato e pieno di debiti”. Quanto ad Artemisia pare si fosse già trasferita a Torino. Su di lei i sempre solerti ed amorevoli concittadini dicono che “finché restò in questo paese la sua condotta fu irreprensibile”, certo prima, pare si fosse “sgravata ben due volte, una a Castiglion del Lago e l’altra a Filottrano”.

La storia di Artemisia è narrata da C. Sfrappini all’amico marchese  Carlo Luzi  in una lettera scritta da Grottammare il 1 giugno 1861 ed ancora conservata nell’archivio della famiglia Luzi. Nel documento, trascritto nel volume Studi Maceratesi “Aspetti della cultura e della società nel maceratese” Macerata 1982, il nome della fanciulla è siglato, ma gli storici sono già al lavoro per scoprire l’identità del cancelliere P.

 riproduzione vietata © copyright Marina Minelli

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23 Commenti

  1. elettra ha detto:

    @Ale…io non so se essere capitale di uno stato voglia per forza dire confusione e invivibilità…adesso mi tirerò addosso i fulmini di tutti i romani del blog…ma Roma non ha proprio niente che la faccia assomigliare a una città a misura d’uomo… io ci vivo,per forza, ormai, ma malissimo e non riesco a sentirmi parte di questa città, troppo grande, troppo mal servita, troppo di tante cose…l’unica cosa che salvo sono i palazzi , i monumenti…la storia in poche parole …. se perdere la prerogativa di essere capitale, vuol dire perdere tutto ciò, torino ci ha solo guadagnato!

  2. Ale ha detto:

    beh @elettra è solo perchè roma è male amministrata. per torino perdere il suo ruolo di capitale è stato un trauma, ha dovuto reinventasi. nel giro un mese ha perso 30 mila abitanti, i posti di lavoro forniti dai ministeri, dalle industrie dello stato produttrici di fiammiferi, tabacco, armi e i monopoli statali. ci sono voluti almeno vent’anni per riprendersi … ma sono i corsi e i ricorsi della storia. per fortuna torino si sa reinventare, è una dote che purtroppo non hanno tutte le città.

  3. Erika ha detto:

    Roma è troppo piena di reperti storici per poter essere una città efficiente, a misura delle necessità degli abitanti, sia in ambito lavorativo che quotidiano.. dovrebbero spostare tutto il flusso al di fuori della città, crearne quasi una nuova..prendiamo l’esempio della metropolitana, ad ogni buco che fanno scoprono qualcosa e i lavori si fermano ecc ecc..Dovrebbe essere quasi un museo a cielo aperto, ora non so come spiegarmi bene, ma di certo non dovrebbe essere come è adesso. Ho amici che abitano e lavorano a Roma e hanno lo stesso pensiero di elettra.
    Io penso che abbiamo veramente tante città che hanno svolto ruoli fondamentali nella nostra storia..da Torino, a Firenze, a Roma e Napoli per non parlare di Palermo..una capitale va scelta, ovvio, e concordo con Roma, ma le altre devono essere valorizzate al massimo,perchè ciò che noi abbiamo non lo ha nessun altro stato al mondo! E purtroppo la cultura è lasciata quasi per ultima..se una persona volesse svolgere il lavoro di archeologo, qui in Italia, trova infinite difficoltà..anzi, ti ridono in faccia e pensano che tu voglia fare l’avventuriero come Indiana Jones..
    Torino è una città magnifica, la trovo particolarmente elegante ed affascinante, spero che ritrovi il lustro che aveva prima 🙂 E attendo con ansia la fine dei lavori del museo egizio 🙂
    Scusate per il papiro 🙂

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