Donne reali: Elisabetta Farnese (1692-1766), un’italiana sul trono di Spagna

Strano uomo Filippo V. Il primo Borbone di Spagna diventa re a 17 anni, ma è poco dotato per la politica e non ama la guerra. Un vero problema, perché il giovane nipote del Re Sole deve il trono ad un complesso gioco  dilpomatico  che scatena quattordici anni di sanguinose battaglie in giro per l’Europa. Per un po’ a badare agli affari del regno di Spagna ci pensa il nonno re di Francia che da lontano, grazie ad una solida rete di collaboratori, riesce a dominare e guidare l’inesperto sovrano, poi il testimone passa alla seconda moglie Elisabetta Farnese. Vedovo, dal febbraio 1714, di Maria Luisa Gabriella di Savoia, Filippo V ha urgente necessità di risposarsi perché di temperamento focoso (è pur sempre un Borbone) non è per niente portato alla castità che gli provoca, tra l’altro, violenti mal di testa. Ma c’è di più, la fede del sovrano è ardente quanto il suo sangue e la sua anima devota non si potrebbe mai confrontare con i rimorsi di coscienza di una situazione irregolare, quindi è escluso a priori di poter risolvere il problema con una o più amanti, come aveva fatto in gioventù il nonno Luigi XIV.

La questione, per ministri e consiglieri, non è di facile soluzione, la prima moglie del re aveva dimostrato di avere così poco carattere da poter essere facilmente tenuta sotto controllo, di conseguenza per non modificare abitudini già consolidate l’entourage del sovrano preferisce cercare una principessa docile, obbediente, possibilmente aliena dagli affari di Stato e soprattutto proveniente da un regno non in guerra con la Spagna.

La situazione è ad un punto morto quando l’abate Alberoni, rappresentante a Madrid del duca di Parma, evoca en passant  il nome della nipote del suo sovrano della quale snocciola le doti: “è una brava figliola di 22 anni, piuttosto brutta, si ingozza di burro e parmigiano, è stata allevata in campagna e nella sua vita non ha sentito parlare d’altro che di cucito, ricamo ed altre attività del genere. Il suo più grande interesse sono al momento i bachi da seta. Insomma, una ragazza che più docile non si può immaginare”. Il re viene subito informato e i consiglieri non faticano a convincerlo. Filippo V desidera soltanto avere una sposa per poter dar corso alla sua natura e ai suoi desideri in tutta legittimità.

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Come spesso accade in questi casi la realtà è un po’ diversa ed Elisabetta Farnese si rivela molto rapidamente essere il contrario di come l’aveva dipinta l’ambasciatore parmense. La “timida fanciulla cresciuta all’ombra della propria casa” e così priva di carattere “da farne ciò che si volesse” è si imparentata con gli Asburgo ed è anche unica erede del ricco ducato di Parma e Piacenza, ma di remissività neanche l’ombra. Portata per gli intrighi, maestra nell’arte di tessere trame, è anche una donna insolitamente colta per la sua epoca. Colpita dal vaiolo, a cui sopravvive ma che le segna pesantemente viso e braccia, orfana di padre, confinata in una corte marginale, Elisabetta trascorre infanzia e giovinezza in una sorta di isolamento dedicandosi alle studio delle lingue (parla oltre al tedesco materno anche il latino, il francese e lo spagnolo), della musica, della pittura e della danza. Intelligentissima la nuova regina di Spagna è anche altezzosa e indocile, astuta e caparbia e ci mette poco a capire quale ruolo può giocare e fino alle nozze sta al gioco, cioè mantiene una perfetta maschera di dolcezza.

D’altronde il marito che il destino e la diplomazia le hanno fortunosamente trovato quando è già in odore di zitellaggio ha un carattere difficile, quindi va conquistato e rassicurato. Filippo V è non soltanto abulico e nevrastenico, ma anche freddo, silenzioso e triste, ama solo la caccia, teme il mondo ed anche se stesso, solitario e chiuso per gusti ed abitudini si interessa raramente agli altri e, particolare non di poca importanza, è dotato di scarsissimo buonsenso.

In breve tempo Elisabetta liquida l’ingombrante principessa Orsini (la camarera mayor della defunta regina Maria Luisa Gabriella, una sorta di dama d’onore-spia inviata da Luigi XIV), chiaro segnale di un allontanamento dall’orbita francese, e prende il sopravvento sul regale sposo al quale  per essere passabilmente felice bastano un inginocchiatoio ed una moglie accondiscendente. Il vero trono della nuova regina di Spagna, infatti, è il letto coniugale, da lì governa a piacimento marito e nazione. Manovrando con grande abilità e cedendo con accortezza ai desideri del marito, Elisabetta riesce a tenere saldamente in pugno il governo della nazione, regnando al posto di un sovrano debole, incerto, melanconico ed oppresso da continui scrupoli religiosi. La regina d’altro canto dimostra presto di avere del talento, è superba ed irrequieta (ed anche ingrata come non tarderà  a scoprire l’Alberoni),  ma anche perspicace e dotata di grande vivacità di spirito e di una indomita volontà. Amabile e seducente quando niente la inquieta, è capace di una inaudita violenza se viene contraddetta. La sovrana, ostinata ed incline agli eccessi, è anche golosissima e dalla sua Parma si fa spedire con regolarità formaggio, culatelli e pasta.

Il ménage che si instaura è decisamente insolito per l’epoca e per l’ambiente a cui appartengono i due protagonisti. L’ambasciatore di Francia nota stupefatto, in un’epoca in cui le coppie di un certo rango hanno appartamenti separati e vite assolutamente distinte, che “il re e la regina di Spagna non si lasciano mai. L’uno non esce senza l’altra, mangiano insieme e dormono tutte le notti nello stesso letto”. Questa grande intimità, che tiene lontana la Corte e persino i figli nasce dal desiderio della regina di esercitare sul marito un potere assoluto che le ricorrenti malattie del re le consentono di mantenere senza difficoltà.

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Secondo il notoriamente misogino Federico II di Prussia che dall’alto del suo orgoglio non era persona da entusiasmarsi facilmente per le doti altrui, specie se appartenenti ad una donna, Elisabetta è dotata “del cuore energico di un romano, della fierezza spartana, di un’ostinazione inglese, di astuzia italiana e vivacità francese”. Tutte qualità che rendono la Farnese, spiega Federico, “una donna singolare che cammina audacemente verso il compimento dei suoi disegni e non vi è non vi è nessuna cosa che sappia sorprenderla, nessuna che sappia che possa fermarla”.

La penna velenosa ma acuta di un grande memorialista ci ha lasciato della vita di Filippo V ed Elisabetta Farnese, un’immagine senza veli e soprattutto aliena da piaggerie cortigiane. “Febbri, malattie, parti, tutte le sofferenze della vita – scrive il duca di Saint Simon – furono comuni ad entrambi; mai una sola notte fino alla morte rimasero divisi. La mattina verso l’ora nona, la cameriera tirava le tendine del letto e presentava alle loro maestà una scodella colma di latte, vino, torli d’uovo, zucchero, cannella e garofolo, bevanda ristoratrice e fortificante che riparava le forze perdute nella notte e preparava le nuove per la notte ventura. Bevuto il vino Elisabetta e Filippo indossavano vesti da camera, pregavano insieme e lavoravano anche insieme in tutto quello che aveva riguardo le cure dello stato. Poco dopo entrava il Primo Ministro e conferiva di affari del regno con le due maestà”. Il duca di Saint Simon, acido come pochi a causa di rancori mai sopiti verso il Luigi XIV, traccia anche un minuzioso ritratto fisico della sovrana spagnola: “La regina mi spaventò col suo volto butterato e quasi direi sfigurato dal vaiolo…Essa però sembrava modellata al tornio, magra allora, ma col seno pieno, belle spalle di una sorprendente bianchezza: simili erano le mani e le braccia; il personale era svelto e ben modellato; le anche lunghe e sottili; parlava francese con un leggero accento italiano, possedeva una piacevolissima grazia fluida e naturale, senza nulla di manierato. Sapeva unire un’aria di bontà, direi anche di dignità e sovente di misura e amabile familiarità, a un’aria di grandezza e maestà che non l’abbandonava mai. Da questo doppio aspetto risultava che, quando era possibile avvicinarla, non incuteva soggezione, ma essa non dimenticava mai l’alto rango al quale apparteneva e presto si finiva con l’assuefarsi al suo volto. Infatti, dopo averla vista più volte si comprendeva che doveva aver posseduto una bellezza e una grazia di cui il vaiolo non aveva potuto cancellare l’idea primitiva”.

Elisabetta conduce la politica spagnola secondo personalissime aspirazioni ed obiettivi molto chiari. Degna erede di una famiglia che un’ambizione senza limiti aveva portato sul trono ducale di Parma, la regina consacra tutte le sue energie ad un unico scopo: trovare un regno anche alla sua numerosa prole che i due figli della prima regina escludono dal trono di Spagna. Per raggiungere questo obiettivo Elisabetta, madre permanentemente in apprensione per il destino regale dei propri figli, incoraggia il suo sposo a lanciare il paese in una estenuante serie di conflitti. Non è esagerato affermare che le ambizioni materne di Elisabetta Farnese contribuirono a cambiare il volto dell’Italia.

Nel 1732 Carlo, primogenito di Elisabetta, ottiene il ducato di Parma, ma quando due anni dopo Spagna, Francia e Savoia si alleano contro l’Austria (nella guerra di Successione austriaca), egli ne approfitta per invadere Napoli e la Sicilia. Filippo V cede subito al figlio tutti i diritti sui territori dell’Italia meridionale un tempo appartenuti alla corona di Spagna e persi nel 1714 con il trattato di Utrecht, ed è così che nascono il regno autonomo di Napoli e la dinastia dei Borbone-Napoli (poi Borbone-Sicilia). Parma torna nominalmente ad Elisabetta, ma dopo un altro giro di valzer di alleanze e guerre, viene assegnata al secondogenito della regina, l’apatico, vanitoso e puerile Filippo, il quale insieme alla moglie Elisabetta di Francia, figlia di Luigi XV (a sua volta figlio di un fratello dello stesso Filippo V), inaugura la linea dei Borbone-Parma. Moglie dominatrice Elisabetta Farnese è anche una madre abbastanza oppressiva che comanda a bacchetta i figli (a Carlo, già re di Napoli vieta da lontano la lettura di un libro sconveniente su Luigi XIV) con l’inevitabile risultato di essere cordialmente detestata dalle nuore e naturalmente dai figliastri.

Stanco del peso del governo il primo Borbone spagnolo abdica una prima volta nel 1724, ma il suo successore Luigi I, divorato alla tisi, muore pochi mesi dopo. Costretto a riprendere in mano le redini del regno, Filippo V resta di malavoglia sul trono fino alla morte nel 1746, quando gli succede un altro figlio di primo letto, Ferdinando VI che non avendo eredi lascia la corona, nel 1759, al fratellastro Carlo, all’epoca illuminato re di Napoli. Il nuovo sovrano ci mette qualche  mese ad arrivare e nel frattempo è l’onnipresente ed autoritaria madre a fungere, con estrema soddisfazione, da reggente. Elisabetta muore l’11 luglio 1766, ma il sangue di questa indomita regina  italiana scorre ancora nelle vene di molti sovrani ed ex sovrani europei.

FamigliaFilippoVLouis-Michel Van Loo La Famiglia di Filippo V Madrid Museo del Prado

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