Elisabetta d’Assia-Darmstadt: la granduchessa martire – II parte

Elisabetta d’Assia è una donna bellissima e apparentemente perfettamente felice e serena. Certo potrebbe essere solo una messa in scena e se fosse Ella dimostrerebbe comunque di avere grandi doti come attrice. Ad ogni modo la sua forza di volontà ogni tanto mostra qualche vistosa crepa. Per esempio quando le viene chiesto di fare da madre adottiva a Maria e Dimitri, due nipotini rimasti orfani la meravigliosa, affettuosa e dolcissima Elisabetta, la donna eccezionale che preferisce la preghiera e le visite ai poveri alle feste scintillanti (alle quali peraltro va e splende coperta di magnifici gioielli) sta al gioco con qualche difficoltà e la finzione è evidente, come palese è il suo scarso interesse per i piccoli. D’altronde per quale motivo dovrebbe allevare due bambini quando lei non ne ha potuti avere di suoi, perché mai dovrebbe vivere per procura una maternità che le è stata negata?

I bambini sono i figli del granduca Paolo (uno dei fratelli di Sergio) il quale non solo rimane vedovo prestissimo, ma quando decide di risposarsi lo fa con una donna considerata non idonea e per questo Nicola II, infuriato, esilia lo zio e gli toglie la custodia dei due ragazzi. Come padre adottivo Sergio è rigoroso ed esigente, ma devoto ed affettuoso, tuttavia Maria e Dimitri non lo amano e lo incolpano per la separazione dal padre. Ella invece non si investe dal punto di vista emotivo nell’educazione dei nipoti e anni dopo, rimasta vedova, fa di tutto per sbarazzarsi in fretta dei due adolescenti, soprattutto della ragazzina per la quale combina un matrimonio di sicuro insuccesso nella lontana Svezia.

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Con l’inizio del nuovo secolo la situazione sociale e politica nell’immensa e contraddittoria Russia, paese ricco e poverissimo, si fa sempre più critica. La mattina del 18 febbraio 1905 a Mosca, tre settimane dopo la domenica di sangue, il granduca Sergio esce in carrozza; pochi minuti dopo il rumore di una violenta esplosione arriva fino alle stanze del Cremlino, residenza del governatore della città. Ella si precipita sulla piazza dove trova uno spettacolo agghiacciante, la carrozza è stata letteralmente sbriciolata dalla bomba. Sconvolta la granduchessa passa ore e ore a raccogliere uno per uno i frammenti del corpo di suo marito e poi nei giorni successivi decide di visitare in prigione l’autore dell’attentato, il rivoluzionario Ivan Kalyayev, per capire le ragioni del suo gesto e convincerlo, se possibile,  a chiedere perdono. Già da anni convertita, per scelta, alla fede ortodossa a cui dedica molto tempo fra studi e meditazione forse sublimando nella religione le sue frustrazioni di donna, Ella con la morte del marito cambia radicalmente vita. Si disfa di tutte le sue proprietà, terre, palazzi, gioielli e con il ricavato fonda sulle rive della Moscova il convento delle sante Maria e Marta, un ospedale, un orfanotrofio e una farmacia e, diventata badessa, consacra tutta la sua vita all’assistenza dei poveri e dei malati. Il mondo per lei non esiste più e lei non esiste più per il mondo. Esce dal suo ritiro solo in rarissime occasioni ed in particolare, su richiesta degli altri Romanov, per compiere a più riprese quella che anche per una donna circondata dall’aura della fede e della quasi santità, si rivela una missione impossibile: far ragionare la sorella zarina.

Alix, ormai Alessandra Feodorovna, madre disperata di un bambino emofiliaco, e Nicola II, marito innamorato e padre apprensivo, sono nelle mani di Rasputin e ad Ella viene chiesto di parlare con la sorella affinché il monaco visionario, odiato da tutti, sia finalmente e definitivamente messo alla porta. Nel 1909 Elisabetta compie un primo tentativo, dopo aver ricevuto le confidenze di una governante messa alla porta dalla zarina perché aveva osato criticare il santone. Ma Alessandra al primo accenno della questione si irrigidisce e congeda con freddezza la sorella che aveva tentato di farle capire i rischi ed i pericoli di una situazione del genere. A nulla serve anche un ulteriore colloquio che si svolge nel 1915 già in piena guerra. Nel 1916 Ella, su richiesta esplicita di tutti i Romanov i quali hanno invano tentato di far ragionare lo zar e la moglie ormai totalmente plagiati e dominati da Rasputin, si reca ancora una volta a San Pietroburgo. Ma di nuovo Alessandra rifiuta di parlare del monaco e quando la sorella accenna a quanto accaduto a Maria Antonietta e a Luigi XVI, la zarina considera la misura ormai colma. Ella viene invitata ad andarsene e uscendo mormora “forse avrei fatto meglio a non venire”. “Si” risponde secca Alessandra. Non si vedranno mai più.

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Elisabetta in abito da monaca

Alla fine di quello stesso anno Rasputin viene assassinato durante una specie di congiura di giovani aristocratici fra i quali ci sono anche il granduca Dimitri Pavlovic, il ragazzino orfano di cui Sergio ed Ella si sono occupati e il giovane principe Felix Yussupov che considera la granduchessa quasi come una seconda madre.

Chiusa nel suo convento, presa dalle cure ai malati, dalla vita comunitaria e dalla preghiera, suor Elisabetta dimentica di essere una tedesca mentre la Russia sta combattendo una guerra sanguinosissima contro la Germania di suo cugino il kaiser Guglielmo II e dimentica anche di appartenere ai Romanov la dinastia che la rivoluzione ha cacciato dal trono e che adesso vuole sterminare. Il Kaiser, suo antico innamorato, riesce a farle pervenire una offerta di aiuto per lasciare il paese, e rifiutando questa mano tesa Ella firma la sua condanna a morte. Il 27 aprile 1918  un gruppo di poliziotti bussa alla porta del convento per arrestare la granduchessa Elisabetta, la quale viene condotta (insieme a una suora che si offre di accompagnarla) fino ad Alapaivesk, una città mineraria negli Urali dove trova molti dei suoi giovani nipoti Romanov, Sergio Mihailovic, Constantin Constantinovic, Igor Constantinovic e Wladimir Pavlovic Paley. Tutti condivideranno la stessa tragica sorte. Il 17 luglio 1918 vengono condotti alla miniera ed Ella è la prima ad essere spinta dentro ad un pozzo profondo 19 metri nel quale poi i soldati gettano delle granate, sperando così di farla finita presto. I condannati però sopravvivono e dal fondo del pozzo si sentono canti e preghiere, tanto che il comandante del plotone ordina di buttare altre granate e anche fasci di legna e detriti. Quando, un mese dopo le armate “bianche” (l’esercito ancora fedele allo zar) conquistano Alapaivesk e i corpi sono estratti dalla miniera, risulta evidente che Elisabetta e gli altri sono morti non per le ferite, ma di fame e sete. La granduchessa probabilmente ha anche cercato di curate i nipoti e infatti le ferite di uno dei ragazzi sono coperte con strisce di tessuto ricavate dagli abiti delle suore. Qualche anno dopo la bara che contiene i resti della granduchessa Elisabetta e di sorella Varvara, una delle suore che era rimasta con lei, arrivano a Pechino, ma nel 1931 sono trasferite a Gerusalemme e sepolte nella chiesa ortodossa di Santa Maria Maddalena. Nel 1981 Elisabetta Romanov viene canonizzata dalla chiesa ortodossa in esilio e nel 1992 dal patriarca di Mosca.

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Potete trovare alcune notizie, insieme ad immagini esclusive davvero straordinarie, sul granduca Sergio nel sito Noblesse et Royautées

La  seconda immagine di questo post mi è stata gentilmente fornita da Claudio Brunetti che ringrazio per la collaborazione.

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12 Commenti

  1. lukas ha detto:

    Storia triste e tragica. Il triste destino dei Romanov dopo la rivoluzione mi ha sempre angosciato. Tempo fa lessi un libro che trattava proprio quest’argomento e ne rimasi molto turbato. Nonostante la comprensione per la difficilissima situazione della Russia dell’epoca, tali disumane barbarie non sono minimamente scusabili. Con buona pace di tutti quelli che liquidano la questione con un “se la sono cercata”. Questa donna affascinante ha dedicato tutti i suoi beni e la sua stessa vita per aiutare i sofferenti della sua nazione d’adozione, ma è stata giudicata solamente per il suo nome. E se qualcuno è in grado di illustrarmi quali atroci crimini hanno fatto meritare alle figlie dello zar la fine a tutti ben nota, sono pronto ad ascoltare. perché non ne trovo alcuno. Come nella rivoluzione francese, sono state eliminate solo per ciò che il loro status simboleggiava. Comportamento degno del più oscuro medioevo.
    Marina, scusa lo sfogo “reazionario” ma ne avevo bisogno!!

  2. paola ha detto:

    complimenti Marina anche per questa interessantissima seconda parte su Elisabetta d’Assia! che destino tragico queste 2 sorelle (Elisabetta e Alix), da una modesta corte tedesca agli splendori della Russia Imperiale fino a una morte barbara!!

    Tra l’altro ho trovato un sito secondo me interessante sui Romanov:

    http://www.angelfire.com/pa/ImperialRussian/royalty/russia/survivor.html

    Per ora ho letto la biografia di Olga Alexandrovna (di cui si parlava l’altro giorno) che è corredata da molte foto anche del suo esilio in Canada, tra le quali il famoso appartamento sopra il barbiere, ma era proprietaria anche di una modesta villetta e di una grande fattoria. é vero lì visse in maniera molto modesta, quasi da povera, ma povera non era affatto perchè lasciò una consistente eredità

    buona giornata tutti

    (Maria) Paola

  3. marina ha detto:

    @ lukas altro che reazionario, sono totalmente d’accordo con te, per me ci sono cose assurde che non hanno giustificazioni di sorta. per dire, pur essendo appassionata di gioielli non riesco a scrivere nulla su quelli dei Romanov perché sono letteralmente coperti di sangue. la sai no la storia dei corpetti corazzati di brillanti che indossavano le quattro granduchesse?
    @ paola vero, due sorelle da tragedia greca, mentre la maggiore, Victoria la madre di lord Mountbatten, che era anche la più razionale ha avuto un’esistenza totalmente diversa. ho letto cose interessanti su olga e l’altra sorella xenia ma loro hanno avuto la fortuna di avere accanto, come marito appunto di xenia, un uomo molto in gamba, il granduca alessandro che ha letteralmente preso la famiglia di peso e l’ha imbarcata su un incrociatore inglese.

  4. lukas ha detto:

    Marina, sì conosco la storia, davvero orribile. Condivido la difficoltà di affrontare un tema così “frivolo” di fronte ad un evento tanto terribile.
    Mi sembra di ricordare che anche lo zar Nicola è stato canonizzato dalla chiesa ortodossa, sbaglio?

  5. paola ha detto:

    @Marina, già mi sono sempre chiesta come mai Xenia e Alessandro si fossero separati una volta in esilio. Dalle letture che ho fatto la loro mi era sembrata una vera storia d’amore e un matrimonio riuscito (almeno fino a che vivevano in Russia), ma, per dirla con Tolstoj, i matrimoni finiscono quando nascono dall’amore e durano quando nascono dall’interesse (cito a memoria) 🙂

    M. Paola

  6. Antonio ha detto:

    Complimenti a Marina!

    Che tragico destino!
    Penso alla nonna regina Vittoria, che mai avrebbe potuto immaginare finali così terribili per le vite delle proprie nipoti.

    E che particolare macabro, raccogliere i pezzetti del corpo del marito assassinato!

    A volte la realtà supera davvero la fantasia.

  7. paola ha detto:

    @Antonio, da quello che ho letto la Regina Vittoria invece paventava proprio un esito tragico se la nipote Alice avesse sposato lo zar Nicola, la regina era infatti contrarissima a questo matrimonio!

    Cercando di scongiurare una simile ipotesi scrisse in varie lettere alla figlia Vittoria futura imperatrice di Germania: “La situazione in Russia è così brutta, così corrotta, che qualcosa di terribile potrebbe avvenire da un momento all’altro”… “ad Alice non verrà mai permesso alcun matrimonio e la questione sarà chiusa”… “più penso al matrimonio della dolce Alice e più sono infelice… a causa del paese, del sistema e delle differenze rispetto a noi e dei terribili pericoli ai quali sarà esposta quella dolce bambina… mi si gela il sangue quando penso a lei tanto giovane su un trono così insicuro, la sua cara vita e quella del marito minacciate…” ecc ecc.

    La vecchia sovrana era indubbiamente una donna molto lungimirante!!

    M. Paola

  8. Angie ha detto:

    Conoscendo la storia della figlia adottiva Marjia Pavlovna, mi sono sempre chiesta che tipo di madre, adottiva, poteva essere stata Elisabetta. Adesso ho capito.
    Grazie Marina!

  9. Antonio ha detto:

    @gentilissima Maria Paola,

    grazie molte per la precisazione!

    Non sapevo nulla, o non ricordavo nulla, della preoccupazione della regina Vittoria per il matrimonio russo di Alice.
    Davvero lungimirante la vecchia sovrana!

    A me era venuto spontaneo confontare i tragici destini, veramente terribili, delle due nipoti con la vita lunga e tutto sommato ( a parte i dolori della vedovanza…) piuttosto tranquilla della loro nonna.

  10. marina ha detto:

    @ lukas si sono stati tutti canonizzati dalla chiesa ortodossa. un massacro orrendo, i figli poi chissà perché li hanno voluti uccidere tutti, non c’era una ragione al mondo;
    @ cara Paola, be’ Tolstoj ha sempre più o meno ragione (anche se lui come marito non era uno zuccherino), ad ogni modo ho letton qualcosa su di loro in un libro di Frédéric Mitterand (l’ho già citato), pare che lui si all’inizio fosse molto innamorato, poi si fosse un po’ stufato forse per il carattere troppo sottomesso di lei;
    @ Antonio la nonna Vittoria era contrarissima ai matrimoni russi, lo era stata per quello di Ella e lo sarà di più per Alice-Alessandra perché conoscendo bene la nipote, fragile, instabile, non la riteneva adatta ad affrontare un paese così difficile. In più detestava la Russia. Perfetto quello che cita @ Paola;
    @ Angie eh si anche le donne perfette ogni tanto scivolano su qualche particolare.
    Non sono entrata nei dettagli del matrimonio della povera Maria Pavlovna che viene costretta in pratica a sposare un principe svedese dal quale si separa presto;
    @ Antonio, eh si grazie a Paola che è una grande appassionata di Romanov. 🙂

  11. Angie ha detto:

    Marina te la riassumo in due parole: Marija viene data in moglie al principe cadetto svedese. Niente di strano, i matrimoni combinati erano la norma. Dopo qualche anno se ne ritorna in Russia diperata e abbandona il figlio in Svezia, che viene allevato dalla regina-nonna svedese. Non se ne occupa mai più fino a quando, -dopo un altro figlio nato in Russia dal secondo matrimonio e abbandonato anch’esso in patria con i suoceri per fuggire dalla rivoluzione e morto di malattia dopo pochi mesi, e dopo peripezie che l’hanno portata in giro per tutto il mondo (Francia, Argentina, Stati Uniti) – già anziana il figlio stesso la ospita nella sua proprietà sull’isola di Mainau, dove Marija resterà fino alla morte. Lennart Bernadotte, già sposato e padre disse di lei:”che sua madre ebbe un rapporto distante con lui e che non sapeva neppure bene come relazionarsi con i propri nipoti”.
    Mi sono sempre chiesta come poteva una madre abbandonare tutti i suoi bambini e mi sono sempre risposta che lei stessa da piccola non doveva avere conosciuto l’amore di una madre. Come in effetti è avvenuto.

  12. Alby ha detto:

    scusate, ma qual è la storia dei corpetti delle granduchesse?!

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